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Consulenza Legale e Mediazione Familiare

Dott,ssa Ilaria Morosini
Avvocato Praticante abilitata del Foro di Lodi

Esperta in diritto di famiglia, mediatrice familiare, assistente universitaria.
Mob. 3396193545 – www.ilariamorosini.it
Riceve a:
Melegnano, via Marconi 5 presso Studio Legale Rossetti
Milano, Galleria del Corso 1 presso Studio Legale Levi
Comune di Carpiano, presso Sportello Legale

Assegno ridotto per i figli se il reddito è diminuito per il coronavirus

 

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Per il tribunale di Terni, la diminuzione dei redditi del libero professionista a causa della pandemia giustifica la riduzione dell’assegno di mantenimento per i figli

Una causa con aspetti di grande attualità quella discussa al Tribunale di Terni, che ha accolto le richieste di un padre, disponendo la riduzione dell’assegno di mantenimento dovuto ai figli.

Il padre infatti, consulente per le piccole imprese, ha subito una drastica contrazione dei suoi redditi a causa della pandemia; ha inoltre avuto problemi di salute che hanno comportato l’arresto della sua attività.

Il padre però si oppone alla richiesta della moglie e chiede la riduzione del suddetto assegno a 150 euro. Tale richiesta è giustificata dai nuovi oneri che è stato costretto a sostenere dopo la separazione.

L’uomo deve infatti sostenere il pagamento del canone di locazione dell’appartamento in cui vive e deve fare fronte alla drastica riduzione della sua attività lavorativa e delle sue entrate a causa della pandemia e a un intervento che lo ha costretto a interrompere la sua attività.

Il Tribunale, alla luce di quanto sopra, ritiene provati dall’uomo gli oneri sostenuti e da sostenere per i canoni di locazione e l’intervento chirurgico subito. Non solo il Presidente rileva come in effetti, l’attività svolta dall’uomo è stata una delle più penalizzate dall’emergenza pandemica da coronavirus. Il Tribunale pertanto ritiene che sussiste la contrazione dei redditi del resistente libero professionista a causa della pandemia, che ha comportato l’interruzione dell’attività libero professionale.

La moglie, al contrario, dipendente presso una pubblica amministrazione, non è andata incontro alle stesse difficoltà economiche dell’uomo.

Reato di maltrattamenti in famiglia

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Nella sentenza n. 18706/2020 la Cassazione chiarisce che non è mai consentito ricorrere alla violenza morale o fisica per educare i figli.
La Corte d’Appello condanna l’imputato per il reato di maltrattamenti in famiglia in danno della convivente e delle figlie. Si ricorda che il reato di maltrattamenti, contemplato dal codice penale, punisce con la pena della reclusione da tre a sette anni chiunque “maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte.”
Colpire la figlia con un cucchiaio è abuso dei mezzi di correzione?
Nel procedimento avanti la Corte di Cassazione, si evidenzia che la donna ha ingigantito nella denuncia fatti legati alla separazione e ridimensionato un episodio di violenza in cui l’uomo avrebbe colpito con un cucchiaio una delle figlie. La registrazione prodotta dalla persona offesa inoltre si riferirebbe solo a un periodo particolarmente conflittuale dovuto alla separazione. Episodi che, in base a documentazione debitamente prodotta, non corrispondono alla versione fornita dalla denunciante.
Non è mai consentito ricorrere alla violenza per educare o correggere
La Cassazione con la sentenza n. 18706/2020 dichiara il ricorso dell’imputato inammissibile per i motivi che si vanno a esporre.
Quello che evidenzia la Cassazione l’uso della violenza per fini correttivi ed educativi non è mai consentito.

Basta al mantenimento dello studente lavoratore

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La Corte di Cassazione accoglie il ricorso di un padre, ritenendo insussistenti i presupposti per il mantenimento del figlio maggiorenne che lavora e studia
Il padre aveva chiesto di eliminare completamentev il contributo per il mantenimento di suo figlio universitario, con un contratto part-time a tempo indeterminato con le Poste.
La Corte d’Appello aveva solamente ridotto l’importo, senza eliminarlo completamente
ILpadre quindi ricorre in Cassazione.
I motivi che hanno portato la Corte a decidere in tal senso si sostanziano nel fatto che è vero infatti che il figlio è iscritto all’Università, ma lo stesso lavora anche part-time con contratto a tempo indeterminato presso le Poste.
La Cassazione quindi esclude il permanere delle condizioni che giustificano la corresponsione dell’assegno di mantenimento del figlio.

Nuova cassa integrazione

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Arrivano misure urgenti in materia di trattamento di integrazione salariale. Ad introdurle un decreto legge, come chiarisce una nota della presidenza il Consiglio dei Ministri, nato su proposta del ministro dell’Economia e delle finanze Roberto Gualtieri e del ministro del lavoro e delle politiche sociali Nunzia Catalfo.

Il decreto legge stabilisce che, in deroga alla normativa vigente, i datori di lavoro che abbiano fruito del trattamento di integrazione salariale ordinario, straordinario o in deroga, per l’intero periodo precedentemente concesso, fino alla durata massima di quattordici settimane, possano fruire di ulteriori quattro settimane anche per periodi decorrenti prima del 1° settembre 2020. Rimane ferma la durata massima di diciotto settimane, considerati cumulativamente i trattamenti riconosciuti. In pratica, per essere chiari, si tratta di un anticipo di un ammortizzatore sociale che per ragioni di coperture sarebbe scattato solo dopo l’estate; non si tratta di altri “giorni” di cassa rispetto al totale di 18 settimane che il governo ha stabilito per affrontare l’emergenza.

Cig, domanda in caso di precedente errore

Per velocizzare le aziende devono inviare i modelli che fanno partire i pagamenti della cassa entro 45 giorni. Se dovessero sforare saranno i responsabili del pagamento che ricadrà quindi sulle loro tasche. Ancora il provvedimento stabilisce, indipendentemente dal periodo di riferimento, i datori di lavoro che abbiano erroneamente presentato la domanda per trattamenti diversi da quelli a cui avrebbero avuto diritto o comunque con errori od omissioni che ne hanno impedito l’accettazione, potranno presentare la domanda nelle modalità corrette entro 30 giorni dalla comunicazione dell’errore nella precedente istanza da parte dell’amministrazione di riferimento, a pena di decadenza, anche nelle more della revoca dell’eventuale provvedimento di concessione emanato dall’amministrazione competente.

Cig e istanze di regolarizzazione, termini prorogati

Il decreto legge, in ultimo, proroga dal 15 luglio al 15 agosto 2020 i termini per la presentazione delle istanze di regolarizzazione di cui all’art. 103 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, e dal 30 giugno al 31 luglio 2020 quelli per la presentazione delle domande per il Reddito di emergenza. Si tenga presente che con lo stop ai licenziamenti il 17 agosto, si profila già la necessità di un nuovo intervento, magari favorito dai fondi europei.

Quando il padre abbandona suo figlio

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La Cassazione chiarisce che quando un padre per una vita intera si disinteressa dei bisogni morali e materiali del figlio, commette quello che si chiama illecito endofamiliare permanente.
La Cassazione affronta la complessa tematica della vicenda di un padre che da sempre rifiuta il figlio, che a quarant’anni di distanza ottiene il risarcimento dei danni sofferti per una vita intera.
Il figlio infatti chiama in giudizio il padre, reclamando i danni a lui spettanti per violazione degli obblighi genitoriali. Il giudice di primo grado rigetta la domanda, il figlio appella la sentenza, ma anche in questa sede le sue istanze vengono respinte.
Il figlio decide a questo punto di far valere le sue ragioni avanti la Corte di Cassazione.
Tra i vari motivi, quello più importante riguarda l’impossibilità per il figlio di proseguire gli studi a causa delle sofferenze patite per l’assenza della figura paterna.
Inoltre la Corte rileva che l’omissione del padre nei confronti del figlio è durata più di 40 anni.
Il motivo sopra citato riguarda la natura istantanea o permanente dell’illecito endofamiliare, rilevante per appurare la prescrizione del diritto fatto valere del figlio. Sul punto la Corte, dopo aver ribadito il diritto di ogni figlio ad essere mantenuto, educato, istruito e amato dai propri genitori, chiarisce che il danno endofamiliare non può qualificarsi come generato da un fatto istantaneo. La prescrizione quindi decorre da quando si verificano le condizioni necessarie come il ritrovamento del genitore a cui chiedere i danni.
Questo perché “in tema di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da fatto illecito, nel caso di illecito permanente, protraendosi la verificazione dell’evento in ogni momento della durata del danno e della condotta che lo produce, la prescrizione ricomincia a decorrere ogni giorno successivo a quello in cui il danno si è manifestato per la prima volta, fino alla cessazione della predetta condotta dannosa”.
La Corte ritiene quindi fondata la domanda, e accoglie le richieste del figlio, condannando il padre al risarcimento del danno nei confronti del figlio per la sua assenza durata per più di quarant’anni.

Intervista 8Minuti.tv

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Condannato il padre che non mantiene i figli perchè la ex moglie non glieli fa vedere

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La Cassazione non crede e non giustifica il padre che non mantiene i figli ricorrendo alla scusa che la ex non glieli fa vedere.

La Corte di Cassazione condanna l’uomo per il reato di violazione degli obblighi di assistenza famigliare, previsto dal Codice Penale per aver fatto mancare ai figli il mantenimento, poiché sostiene che il padre si sia disinteressato completamente delle esigenze economiche dei figli, mantenuti solo dalla madre.

L’uomo adduce a sua difesa che la moglie ha sempre adottato nei suoi confronti un comportamento ostruzionistico, non permettendo allo stesso di vedere i suoi figli.

Non è servito utilizzare questo elemento a sua discolpa, poichè i figli vanno mantenuti sempre, indipendentemente dalle criticità esistenti con la madre.

L’uomo potrà far valere le sue ragioni in sede giudiziale, chiedendo al giudice di ordinare alla ex moglie di eseguire il contenuto dell’omologa di separazione; però questo non deve servire come
deterrente per non mantenere i propri figli.

Chi sono i congiunti?

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Il testo del provvedimento afferma che “si considerano necessari gli spostamenti per incontrare congiunti, purché venga rispettato il divieto di assembramento e il distanziamento interpersonale di
almeno un metro e vengano utilizzate protezioni delle vie respiratorie”.
Agli effetti della legge penale, i “prossimi congiunti” sono: gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti. Invece, l’art. 307 c.p. esclude dalla denominazione di prossimi congiunti gli affini, allorché sia morto il coniuge e non vi sia prole.
Indipendentemente dalle definizioni che possono dare i vari codici. In ordine ai coniugi non c’è nessun dubbio, poiché sono congiunti per definizione.
Nella conferenza stampa, Conte ha poi parlato di genitori separati dai figli, e di nipoti separati dai nonni. Emerge dunque la necessità di soffermarsi sul concetto di “parentela” in cui rientrano tali
rapporti.
L’art. 74 c.c. definisce la parentela come il vincolo tra le persone che discendono da uno stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso in cui il figlio è adottivo.

Il vincolo di parentela, a norma del codice civile, non sorge nei casi di adozione di persone maggiori di età, di cui agli articoli 291 e seguenti.
Inoltre, la parentela può essere in linea retta, quando intercorre tra persone di cui una discende dall’altra, e in linea collaterale quando, pur essendoci uno stipite comune, le persone non discendono l’una dall’altra. Pertanto, sono parenti nonno e nipote, fratelli e sorelle, zii e nipoti, cugini e cugine.

La legge non riconosce il grado di parentela oltre il sesto grado. Accanto al vincolo di parentela, il codice civile all’art. 78 riconosce anche il vincolo di affinità che lega il coniuge con i parenti nell’altro coniuge; tale vincolo, nella linea e nel grado, rispecchia il vincolo di parentela che sussiste tra il coniuge e i suoi parenti.
Le parti di un’unione civile, ai sensi dell’art. 1, comma 20, della Legge 76/2016, sono da equipararsi ai coniugi sotto molti punti di vista. La norma, infatti, chiarisce che si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi.
Il codice civile non nomina gli affini per le unioni civili, pertanto via libera agli incontri tra i cugini, ma niente visite ai suoceri, nuore o figli dell’altro.

Oltre all’unione civile, la legge n. 76/2016 ha disciplinato le c.d. “convivenze”. In particolare, si intendono per “conviventi di fatto” due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.
Non generando parentela o affinità, dunque, il problema è che tali soggetti (analogamente agli uniti civilmente) possano rischiare, salvo precisazioni, di non essere ricompresi nel novero dei congiunti.

Lo stesso, dunque, varrebbe in relazione a rapporti come quelli tra fidanzati, anche futuri sposi, o amici stretti. Sembrerebbe però che il Governo abbia chiarito che nel novero della parola congiunti, rientrino i parenti, affini, coniugi, conviventi e fidanzati purchè siano stabili.

Intervista radiofonica Live Social Radio

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Coronavirus: al padre possono bastare le videochiamate?

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Sorge per molti papà la spinosa questione degli incontri padre/figlio: il coronavirus ne legittima la sospensione?
In questi tempi così incerti, in cui le misure restrittive varate dal Governo per far fronte all’emergenza coronavirus stanno stravolgendo la vita dei cittadini, una delle questioni sicuramente più spinose riguarda la gestione del rapporto tra genitori separati e figli.
Da più parti ci si chiede se le limitazioni agli spostamenti possono incidere sugli incontri tra padri e figli.
Il coronavirus legittima la sospensione degli incontri tra padre e figlio?
Per il servizio minori di Busto Arsizio, il padre dovrebbe accontentarsi delle videochiamate.
Per il Tribunale c’è comunque una certezza, poichè le ragioni giustificative della sospensione dei rapporti tra padre e figli non possono discendere da valutazioni di opportunità; alla base di un simile provvedimento vi possono essere solo delle preclusioni normative.
Nell’incertezza del dettato normativo, un aiuto interpretativo è fornito dal Governo.
Principalmente, l’adempimento degli obblighi di affidamento dei figli minori di genitori separati è ricondotto espressamente tra le ragioni che giustificano gli spostamenti.
Sul sito web regionale, invece, con aggiornamento del 30 marzo 2020 si è affermato che ai genitori separati è consentito lo spostamento per raggiungere i figli o condurli presso di sé, secondo le modalità previste dai relativi provvedimenti giudiziali.

Palestre, piscine e Coronavirus. Cosa accade agli abbonamenti?

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Come bisogna comportarsi con gli utenti che hanno in corso degli abbonamenti per le attività sportive?
Dal 10 marzo sono chiusi tutti i centri sportivi a causa della pandemia causata dal Covid-19, precludendo quindi la possibilità di frequentare tali luoghi.
Una volta intervenuta l’emergenza pandemia, molti contratti di abbonamento sono nel frattempo scaduti ed altri si accingono a scadere, senza che coloro che hanno pagato per ottenere il servizio siano riusciti ad ottenere la prestazione a cui avevano diritto.
Ebbene, per tutte le situazioni di questo tipo trova applicazione una norma che detta un principio di carattere generale, valevole per ogni fattispecie contrattuale in cui alla prestazione di una parte consegue una controprestazione dell’altra parte; si tratta nello specifico dell ‘ art. 1463 del codice civile in base al quale, nel caso dei contratti a prestazioni corrispettive (come quelle in oggetto), se una delle parti è liberata dall’obbligo di eseguire la prestazione per impossibilità sopravvenuta -quindi non per colpa del debitore-, quest’ultima non potrà chiedere all’altra parte di pagare, e dovrà restituire il denaro già ricevuto.
Quindi, occorre che ci sia:
– L’impossibilità sopravvenuta dopo che il contratto è stato concluso;
– Non deve essere colpa del debitore stesso;
– Deve essere assoluta, ma anche temporanea.

Il titolare della palestra quindi è liberato dalla sua prestazione perché è divenuta impossibile, senza incorrere in nessuna responsabilità.
L’impossibilità può essere anche temporanea, come accade nel caso di specie; si addata infatti alla situazione che stiamo vivendo.
Si sospende quindi la responsabilità del debitore (ovvero il titolare della palestra), e può verificarsi l’ipotesi in cui l’impossibilità viene meno, e allora può ritornare in essere l’utilizzo dell’abbonamento.
Perciò:
Per gli abbonamenti annuali, semestrali oppure trimestrali, il rapporto contrattuale è sospeso e riprende quando finisce il divieto in essere;
Per gli abbonamenti commisurati ad un certo numero di ingressi con scadenza temporale, al termine delle misure restrittive, l’intera somma corrisposta andrà divisa per il numero complessivo di ingressi acquistati e si avrà diritto alla restituzione di un importo equivalente al numero degli ingressi per i quali la prestazione non è stata eseguita.

Per gli abbonamenti commisurati ad un numero prestabilito di ingressi senza alcuna scadenza temporale, al termine dell’emergenza l’utente avrà chiaramente diritto di avvalersi del suo diritto di accesso, recuperando gli ingressi di cui nel frattempo non ha potuto godere.

L’assegno di mantenimento al tempo del coronavirus

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L’emergenza Covid-19 e la pedissequa decretazione d’urgenza posta in essere dal Governo, elaborata nell’intento di fronteggiare l’odierna crisi sanitaria tutelando per l’effetto il fondamentale diritto alla salute, ha imposto tra le atre cose la chiusura temporanea degli esercizi commerciali che svolgevano attività non essenziali.
Alla luce di tali restrizioni, appare pertanto ragionevole ritenere che molti genitori separati, commercianti, partite Iva, lavoratori di vario genere, avendo dovuto sospendere le proprie attività con tutte le conseguenze immaginabili sul piano finanziario, riscontreranno verosimilmente nei mesi a venire, difficoltà nel garantire la corresponsione dell’importo previsto in sede di separazione o divorzio o di affidamento, quale contributo mensile al mantenimento dei figli.
E’ bene evidenziare che il mancato versamento dell’assegno di mantenimento determina conseguenze sia dal punto di vista civile, legittimando azioni esecutive di recupero del credito, sia sotto il profilo penale, rischiando di esser perseguiti per il reato di cui all’art. 570 bis c.p.
Ragion per cui il genitore investito di tale dovere, è comunque obbligata a farvi fronte anche in caso di gravi difficoltà concretizzatesi in un contesto come quello attuale, in quanto ad oggi, non è ancora stato realizzato nessun intervento ad hoc da parte del Governo finalizzato a regolamentare questa problematica.
Questa profonda crisi, economica-sociale-umanitaria determinata dal Covid-19 appare senza dubbio quale situazione da doversi inquadrare nell’ottica della straordinarietà idonea a rendere effettiva la possibilità di aumento del rischio di inadempimento riguardo a tutte quelle prestazioni di carattere economico, come può essere ad esempio l’assegno di mantenimento, sorte antecedentemente al periodo dell’emergenza.
Tali situazioni legittimerebbero una richiesta quantomeno di riduzione dell’importo economico da dover corrispondere ai figli.
Pertanto, si suggerisce, qualora i rapporti tra le parti lo consentano, di informare l’altro genitore circa la condizione di difficoltà attivando poi, di conseguenza, una trattativa per addivenire alla formalizzazione di un accordo anche per il tramite di una negoziazione assistita che preveda la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio, sia pur limitatamente alla durata dell’emergenza.
Si rileva invero che mai come in questo particolare momento storico, appare opportuno e doveroso incentivare l’utilizzo di strumenti alternativi alla disputa in Tribunale, per ottenere una risoluzione efficiente della problematica in commento. Le parti invero, adottando una soluzione stragiudiziale riuscirebbero in tempi più celeri ad ottenere benefici e pronta tutela dei propri diritti.
Tuttavia, non può sottacersi il fatto che, laddove vi sia tra le parti una forte ed accesa conflittualità, l’unica soluzione percorribile risulterà quella giudizialmente prevista di ricorrere in via d’urgenza, per mezzo del proprio difensore, al Tribunale affinché vengano adottati i provvedimenti del caso all’uopo ritenuti necessari specie nell’interesse della prole.
Preoccupano e non poco, nel silenzio e nell’attesa di un intervento mirato sul punto, quelle situazioni in cui il coniuge abbia diminuito la propria capacità reddituale non per la chiusura momentanea dell’esercizio ma magari per la perdita del posto di lavoro,
In conclusione dunque, appare di tutta evidenza come rilevante sia l’impatto dell’emergenza del Covid-19 su molte famiglie di separati e/o divorziati riguardo soprattutto per ciò che attiene all’erogazione del mantenimento per coniuge e figli.
Quindi. Da tutto quanto sopra esposto si evince che sarebbe meglio privilegiare in tale intento strumenti stragiudiziali improntati alla conciliazione, richiamando soprattutto il buon senso comune.

Coronavirus: inalterato il diritto di visita dei figli

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Diritto di visita e frequentazione dei figli da parte di genitori separati e divorziati.
E’ spostamento necessario rientrante tra le situazioni di necessità
Per quanto concerne il diritto di frequentazione e visita del genitore separato non collocatario, gli spostamenti finalizzati a prendere, tenere e a riportare i figli all’altro genitore, possono considerarsi spostamenti necessari e, quindi, leciti.
Gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti, in ogni caso secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio.
Il diritto di visita e frequentazione è quindi consentito dai decreti ministeriali dell’8/9 marzo 2020, poiché rientrano nelle situazioni di necessità ivi previste.
Anche il Tribunale di Milano, con provvedimento dell’11 marzo 2020, ha prescritto ai genitori di attenersi agli accordi raggiunti nel giudizio di separazione sulle frequentazioni padre-figli, nonostante i genitori abitassero in comuni diversi.
Il Tribunale sancisce che il DPCM dell’ 8 marzo 2020, n. 11 non preclude l’attuazione delle disposizioni di affido e collocamento dei minori e consente gli spostamenti finalizzati a rientri presso la residenza o il domicilio.

Diritto di visita ai figli: che fare in caso di alto rischio di contagio
Appare quindi pacifico che gli spostamenti effettuati per raggiungere i figli minori presso l’altro genitore in base alle modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione e di divorzio.
Qualora il genitore che deve esercitare il diritto di visita è un soggetto esposto ad alto rischio di contagio, oppure se il luogo dove intende condurre i figli esporrebbe gli stessi ad un grave pericolo per la loro incolumità, in mancanza di accordo tra le parti, l’altro genitore potrà adire il tribunale nella forma del ricorso ex articolo 709 ter cpc al fine di richiedere una temporanea limitazione o una differente regolamentazione del diritto di visita.
In ogni caso, in assenza di un accordo tra le parti o di un provvedimento diverso da parte del tribunale il comportamento del genitore che limiti il diritto dell’altro genitore di visita potrà essere penalmente rilevante per violazione dell’articolo 388 secondo comma del codice penale.
È’ opportuno che i legali delle parti, specie in una situazione di emergenza, mettano in campo ogni possibile sforzo al fine di smussare la conflittualità tra le parti, così da gestire con professionalità ogni situazione contingente orientando i propri assistiti verso soluzioni ispirate al buon senso, alla tutela del diritto alla salute e al diritto alla bigenitorialità.

Rimborso gite scolastiche cancellate

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Alcune gite scolastiche sono state cancellate a causa dell’arrivo del Coronavirus.
Non tutte però possono essere rimborsate;
Occorre accertare se i viaggi d’istruzione, le iniziative di scambio o gemellaggio, le visite guidate o le uscite didattiche comunque denominate rientrino nel periodo temporale indicato dalla legge, ovvero tra il 4 marzo e il 3 aprile 2020.
Se rientrano in questo lasso di tempo, vi sono tutti gli estremi per attivare la procedura di rimborso.
Il Decreto Legge 6/2020, richiama quanto disposto dal codice del turismo.
Tale articolo infatti prevede che “in caso di circostanze inevitabili e straordinarie verificatesi nel luogo di destinazione o nelle sue immediate vicinanze e che hanno un’incidenza sostanziale sull’esecuzione del pacchetto o sul trasporto di passeggeri verso la destinazione, il viaggiatore ha diritto di recedere dal contratto, prima dell’inizio del pacchetto, senza corrispondere spese di recesso, ed al rimborso integrale dei pagamenti effettuati per il pacchetto, ma non ha diritto a un indennizzo supplementare”.
Risulta evidente, pertanto, che l’evolversi della situazione epidemiologica di Covid-19 non può che rappresentare una circostanza inevitabile e straordinaria, e come tale, ai sensi del comma quarto dell’art.41 del Codice del Turismo, legittima il viaggiatore al recesso contrattuale e al rimborso integrale dei pagamenti effettuati per il pacchetto.
Infine, è doveroso precisare che tali disposizioni si applicano a prescindere dalla Regione di destinazione: l’organizzatore, dunque, non potrà opporre al viaggiatore la circostanza che il luogo di destinazione non risulti essere nella cosiddetta zona rossa.
Difatti, l’art. 1 del D.p.c.m. del 4 marzo, prevede che le misure volte al contrasto del diffondersi del virus COVID-19 si applicano sull’intero territorio nazionale

CASSAZIONE. MENO SOLDI ALL’EX MOGLIE CHE NON
CERCA LAVORO

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La Cassazione è intervenuta per specificare che l’assegno di divorzio deve essere ridotto se
la moglie, dopo la fine del matrimonio, non si attiva per cercare lavoro.
In virtù della sentenza di divorzio, l’ex marito era stato condannato a versare alla ex
moglie una somma di denaro, che poi è stata dimezzata poiché la donna è diventata erede
nel frattempo, e non ha nel mentre cercato un’occupazione.
La decisione della Corte di Cassazione di fonda sul fatto che la moglie ha capacità per
procurarsi i mezzi di sostentamento per vivere.
I giudici invitano la moglie a responsabilizzarsi, piuttosto che ad assumere una condotta di
attesa della ricerca delle opportunità di lavoro, riversando sul coniuge più abbiente il
dovere di essere mantenuta.
In definitiva il giudice deve quantificare l'assegno rapportandolo non al pregresso tenore di
vita familiare, ma in misura adeguata innanzitutto a garantire, in funzione assistenziale,
l'indipendenza economica del coniuge non autosufficiente, intendendo l'autosufficienza in
una accezione non circoscritta alla pura sopravvivenza.
Inoltre, ove ne ricorrano i presupposti, è diretto anche a compensare il coniuge
economicamente più debole, in funzione perequativo compensativa, del sacrificio
sopportato per aver rinunciato, in funzione di contribuzione ai bisogni della famiglia, a
realistiche occasioni professionali-reddituali, attuali o potenziali, rimanendo in ciò
assorbito, in tal caso, l'eventuale profilo assistenziale.

Controllate Whatsapp ai vostri figli

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Il Tribunale di Caltanissetta ha chiarito che spetta ai genitori vigilare, educare e controllare i propri figli a utilizzare correttamente WhatsApp, affinché non siano dannosi per loro o terzi

Nel provvedimento il Giudice evidenzia la pericolosità dei mezzi tecnologici, la difficoltà di conciliare la libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero con la tutela della dignità del minore, nonché l’importanza del ruolo educativo dei genitori nell’insegnare ai propri figli l’utilizzo di questi strumenti affinché non risultino dannosi per loro o per soggetti terzi, come nel caso di specie.

Nel caso di specie infatti, è stata aperta una procedura nei confronti di un minore, responsabile in concorso con altri minori, di aver molestato una coetanea attraverso dei messaggi Whatsapp. Minore che, in conseguenza di dette gravi condotte, ha riportato importanti ripercussioni psicologiche, consistenti in un perdurante stato d’ansia e di paura per la propria incolumità e per quella dei suoi familiari.

Viene aperto un procedimento nei confronti del minore, che, in concorso con altri minorenni, per motivi abbietti e futili, profittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la privata difesa, con condotte reiterate e utilizzando il sistema di messaggistica istantaneo Whatsapp, molestava una coetanea, tanto da cagionare alla stessa un duraturo e grave stato di ansia e di paura, che l’ha costretta a cambiare le proprie abitudini di vita, per il timore fondato di vedere compromessa la propria incolumità propria e dei propri cari.

Il Tribunale consente di comunicare pensieri e idee, diritto tutelato e garantito dalla Costituzione e da altre importanti norme internazionali, che però trova un limite nella dignità del minore, a non subire lesioni della sua reputazione e onore. In tale bilanciamento di valori tra la manifestazione del pensiero e la tutela dei minori, fondamentale è il ruolo educativo dei genitori.

Infatti, gli obblighi inerenti la responsabilità genitoriale impongono non solo il dovere di impartire al minore una adeguata educazione all’utilizzo dei mezzi di comunicazione ma anche di compiere un’attività vigilanza sul minore per quanto concerne il suddetto utilizzo; l’educazione si pone, infatti, in funzione strumentale rispetto alla tutela dei minori al fine di prevenire che questi ultimi siano vittime dell’abuso di internet da parte di terzi

Ed è su quest’ultimo pericolo che il Tribunale si sofferma, evidenziando come fatti, come quelli commessi dal minore nel caso di specie siano indice di una scarsa educazione e vigilanza da parte dei genitori; infatti il dovere di vigilanza dei genitori deve sostanziarsi in una limitazione sia quantitativa che qualitativa di quell’accesso, al fine di evitare che quel potente mezzo fortemente relazionale e divulgativo possa essere utilizzato in modo non adeguato da parte dei minori.

Alla luce di tutto quanto sopra, il Tribunale chiede agli assistenti sociali di compiere un’attività di monitoraggio, ma anche di supporto alla madre del minore per verificare le sue capacità educative e di vigilanza, con obbligo dei Servizi incaricati di relazionare entro 5 mesi, salvo motivi di urgenza.

Dott,ssa Ilaria Morosini

Avvocato Praticante abilitata del Foro di Lodi

Esperta in diritto di famiglia, mediatrice familiare, assistente universitaria.

Mob. 3396193545 – www.ilariamorosini.it

CHI E’ LO STALKER?

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Si tratta di un fenomeno importante, che alcune volte può anche nascere dalle dinamiche di una relazione di coppia, oppure scaturire tra semplici conoscenti o tra persone che non si conoscono affatto.

Spesso si parte dai messaggi o da brevi telefonate, per poi finire con pedinamenti, minacce, aggressioni.

Le tipologie di stalker

Attualmente esistono cinque diverse categorie di stalker. Si tratta, evidentemente, di una casistica elaborata al solo fine di permettere agli operatori coinvolti e alle vittime di comprendere meglio la situazione con cui si ha a che fare.

Lo stalker risentito

Alcune persone covano risentimento, agiscono per vendetta nei confronti della vittima e ritengono, per questo, giustificabile la propria condotta persecutoria. Rientrano in questa categoria gli ex coniugi.

Lo stalker bisognoso di affetto

Vi sono poi i soggetti bisognosi di affetto, che tendono a vedere nella semplice cortesia altrui un sentimento o un’attrazione verso di lui, in realtà inesistente e che, per questo motivo, inizia a porre in essere dei comportamenti persecutori.

Lo stalker corteggiatore

E’chi mette in atto corteggiamenti in modi inopportuni, spesso con fare troppo insistente, senza rendersene completamente conto.

Lo stalker respinto

Nella categoria può rientrare anche chi è stato respinto dalla vittima; può trattarsi di una persona che avrebbe voluto instaurare una relazione, di un ex coniuge o di un partner. In quest’ultimo caso, il soggetto si differenzia dalla prima tipologia esaminata perché accanto al desiderio di ingenerare disagio in modo vendicativo convive anche il desiderio di ritornare con il proprio partner.

Lo stalker predatore

Questa figura è finalizzata alla consumazione di rapporti sessuali e si caratterizza per il desiderio di ingenerare terrore nella vittima.

Per quanto riguarda i comportamenti tipici dello stalker, questi si rifanno, in genere, a specifiche tipologie di azioni, ovvero le comunicazioni (messaggi, telefonate, etc.) e le condotte con cui si cerca il confronto diretto con la vittima (inseguimenti, incontri non concordati, minacce verbali).

Esiste anche lo stalking psicologico, che si realizza quando il comportamento dello stalker incide direttamente sulla psiche della vittima, quindi quando le sue condotte si sviluppano attraverso frasi o messaggi tesi in maniera diretta ad alterare l’equilibrio psicologico di chi li riceve.

Come difendersi dagli stalker

Seguire questo decalogo dei comportamenti è importante nel caso si abbia a che fare con uno stalker:

  • comunicare in modo fermo e inequivoco il proprio rifiuto e disinteresse a una relazione con lo stalker;
  • non negoziare le sue proposte né incoraggiare successivi contatti;
  • non seguire abitudini troppo routinarie (ad es. variare strada e orari in occasione dei vari impegni quotidiani);
  • informare dei parenti o amici della situazione e dei propri spostamenti più rilevanti;
  • quando la situazione appare di una certa serietà, informare senza esitazioni le forze dell’ordine.

Attenzione alle separazioni – Rischio della PAS

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La sindrome di alienazione parentale si verifica quando, in caso di separazione dei genitori, uno di questi intraprenda una vera e propria campagna denigratoria nei confronti dell’altro, al fine di tenere il figlio o la figlia solo per sè, per farne una sorta di alleato, a tutto danno del minore.
Dalle relazioni degli esperti consultati dalle parti e dal Tribunale, è emerso infatti, dal caso di specie come i figli di genitori in conflitto corrano il rischio di sviluppare disturbi d’identità di genere, o un disturbo di personalità paranoide o antisociale.
Tale sindrome si caratterizza in 8 aspetti, ovvero:
– campagna di denigrazione, nella quale il bambino mima i messaggi di disprezzo del genitore alienante;

– spiegazione da parte del bambino del suo disagio verso l’altro genitore con motivazioni illogiche, insensate o superficiali;

– Il genitore rifiutato è descritto dal bambino sempre negativo, mentre l’altro genitore è sempre positivo;

– il bambino afferma che ha elaborato da solo la campagna di denigrazione del genitore;

– appoggio automatico al genitore alienante, quale presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore alienante;

– assenza di senso di colpa;

– il bambino afferma dei concetti che non posso provenire da lui direttamente; 

– estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato.
Sebbene il bambino appaia deciso nell’esporre le sue posizioni, in realtà non è così.
La PAS (Parentale Alienation System), purtroppo presenta enormi rischi di causare, a lungo andare, un danno irreversibile al figlio.
Infatti, da una recente statistica effettuata, quando un minore rifiuta di frequentare un genitore, potrebbe sviluppare un disturbo di identità di genere, associato ad un disturbo di personalità paranoide o antisociale.
Quando si verificano fenomeni come questi, il genitore che pone in essere questi meccanismi, lede il principio della bigenitorialità, tanto sacro ai bambini, i quali hanno DIRITTO di avere entrambi i genitori nel loro percorso di crescita.

TRADIMENTO SUI SOCIAL NETWORK

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Attualmente i tradimenti si possono verificare anche sui social, come ad esempio su facebook.
In passato il partner veniva principalmente scoperto attraverso gli SMS sul telefonino; oggi invece sono i profili social a nascondere i tradimenti.
Allo stesso modo di quanto accadeva prima, si rischia molto se il partner scopra dai social network che è in corso una relazione clandestina.
Una sentenza recente, poiché risale al 2018, ha addebitato al marito la separazione, perché lo stesso si dichiarava ufficialmente fidanzato con un’altra donna, quando invece era ancora sposato.
La moglie era incinta quando il marito spesso si allontanava dalla casa coniugale, fino al punto di rendersi irreperibile.
E arriva così l’amara scoperta, poiché la moglie scopre dal profilo facebook del marito che, in costanza di matrimonio il marito intratteneva una relazione con un’altra donna, pubblicando addirittura le foto.
Da qui l’inevitabile separazione con richiesta di addebito, per aver violato l’obbligo di fedeltà sancito dal codice civile; a nulla è servito il fatto che il marito sostenesse che la crisi coniugale esistesse già da prima, poiché provocata da divergenze caratteriali troppo marcate.
Non era la prima volta comunque che il Tribunale si trovava a dover giudicare un caso di infedeltà postata sul social network più comune.
Il giudice riteneva quindi fondata la richiesta della moglie, dato che il marito con il suo atteggiamento aveva anche leso l’onore della moglie.

Tradimento: quando spetta il risarcimento?

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Il tradimento da parte del coniuge rappresenta, senza dubbio, un evento idoneo a creare turbamento nel tradito; spesso da questo discende la disgregazione del rapporto familiare.
Non è detto che dalla relazione extraconiugale intrattenuta dal coniuge scatti automaticamente il risarcimento del danno, poiché la legge richiede che il tradimento comporti una violazione di un diritto costituzionalmente protetto.
Infatti, la Corte di Cassazione è stata interpellata per la vicenda che vede l’uomo citare in giudizio la moglie, dalla quale si era separato.
Il marito aveva chiesto un risarcimento per il danno morale subito a causa della relazione extraconiugale intrattenuta dalla ex moglie con un collega di lavoro, iniziata circa quattro mesi prima del concepimento del loro figlio e protrattasi per quattro anni.
L’uomo ritiene che questa scoperta gli abbia causato un disturbo depressivo cronico, al punto da aver anche chiesto il test di paternità del bambino. La sua domanda, tuttavia, non viene accolta.
Questo perché i giudici premettono che i danni alla persona, come danni conseguenza, devono essere specificamente allegati e provati, anche a mezzo di presunzioni.
Quindi, la mera violazione dei doveri matrimoniali, dunque, non integra automaticamente una responsabilità risarcitoria, poiché bisogna provare che il tradimento abbia violato un diritto protetto dalla Costituzione.
Sebbene dalla violazione del dovere di fedeltà possa indubbiamente derivare un dispiacere per l’altro coniuge e discendere la disgregazione del nucleo familiare, questo sarà automaticamente risarcibile solo quando l’afflizione superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca nell’altro coniuge, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, primi tra tutti quelli alla salute, alla dignità personale e all’onore.
Nel caso preso in esame, la violazione del dovere di fedeltà non può essere stata causa della separazione, poiché la moglie aveva svelato il tradimento al marito quando la coppia era già legalmente separata da alcuni mesi e nel contesto di una conversazione privata.
Quindi bisogna sempre fare attenzione a quello che si chiede nell’ambito del giudizio, altrimenti si rischia di essere condannati anche a pagare le spese legali dell’altro coniuge.

GIUDICE RESPINGE L’ADDEBITO RICHIESTO DAL MARITO

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I giudici della Corte di Cassazione hanno deciso che non si può addebitare la separazione alla moglie che, per una malattia alla vescica, ma soprattutto a causa dei comportamenti del marito, si rifiuta di avere rapporti intimi con lui.
Nel momento in cui il marito non presta assistenza morale alla moglie e crea un’atmosfera piena di tensione, non può pensare che questo possa favorire una normale vita di coppia.
In prima istanza il tribunale rigetta la domanda di addebito di un marito nei confronti della moglie, respinge la richiesta di assegnazione della casa coniugale e dispone in favore della donna un assegno di mantenimento di 700,00 euro.
Il marito ricorre in appello, ma anche in questa sede vede rigettarsi la richiesta di addebito della separazione alla moglie; a questo punto il marito ricorre in Cassazione.
La Corte nel valutare la sua decisione, riguarda alla pronuncia di addebito ha ritenuto che l’allontanamento della stessa dalla casa coniugale dipendesse da queste ragioni:
la malattia alla vescica che l’aveva colpita;
l’atmosfera opprimente e di tensione che si era creata in casa, a causa dei comportamenti del marito.
La Corte ha quindi valutato correttamente i fatti di causa. Nel momento in cui in casa regna un’atmosfera negativa, è normale che ci sia un allontanamento tra i coniugi. La tensione e il nervosismo non possono agevolare i rapporti di coppia.

Diritti di mariti e padri nella separazione e nel divorzio

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Questa volta vorrei affrontare i diritti dei genitori nella separazione.
Inizio da quelli degli uomini- padri, mentre la volta prossima pubblicherò quelli delle donne
– mamme.
I diritti degli uomini dopo separazione e divorzio variano in base alla presenza dei figli, all’inizio di una nuova convivenza, nonchè alla  loro responsabilità della fine dell’unione matrimoniale.
Per la legge l’uomo, in caso di separazione o divorzio, ha gli stessi diritti della donna. Però vediamoli singolarmente:
Diritto al mantenimento
I padri separati di solito devono contribuire al mantenimento del figlio, spesso collocato presso la madre, e della ex moglie; e nel caso non ricorrano più i presupposti, possono richiede chiedere la riduzione o l’annullamento del mantenimento, se la ex moglie è nel frattempo divenuta indipendente, se la stessa inizia una convivenza, oppure se ( dopo il divorzio ), decide di risposarsi.
Inoltre, qualora ne ricorrano i presupposti, l’ex marito ha diritto a continuare ad abitare nella casa familiare, ad esempio nel caso in cui il figlio fosse collocato presso la residenza paterna.
Diritto di visita dei figli
Il padre può esercitare il diritto di visita dei figli, nel rispetto degli accordi intervenuti con la moglie o di quanto stabilito dal giudice. In questi casi, se è vero che la moglie non può impedire al padre di stare con i propri figli, anche il padre non può fare come vuole e
pretendere di vedere la prole quando e come gli pare.
Egli infatti è tenuto a rispettare gli impegni della ex moglie e dei minori, soprattutto in funzione degli impegni dei figli. (allenamenti sportivi, lezioni di lingua o di musica, uscite con gli amici, ecc…)

Di solito l’affido è condiviso, sempre che non ricorrano gravi motivi per optare per un affido esclusivo a favore di un solo genitore.
Inoltre il padre, così come la madre, in caso di affidamento condiviso, ha diritto a prendere decisioni sulla vita dei figli, sempre seguendo i loro interessi, le loro propensioni e attitudini.
L’esclusività decisionale è prevista infatti solo se il giudice affida i figli ad un solo genitore, dopo avere valutato l’altro pericoloso per la crescita dei minori.
I diritti successori
Quando gli ex coniugi sono solo separati, se la ex moglie decede, il marito diventa suo erede universale. In presenza di un figlio l'eredità spetta all’ex marito per la metà, percentuale che si riduce al 33% se dalla coppia sono nati più figli. Nessun diritto successorio è previsto per il marito al quale è stata addebitata la separazione, oppure se il decesso si verifica dopo il divorzio.
Diritto alla pensione di reversibilità
Il marito ha diritto alla pensione di reversibilità della moglie se la morte avviene prima deldivorzio.
Queste sono informazioni sommarie, che meritano di essere approfondite nel caso in cui un utente abbia un interesse specifico.

FIGLI: SI PUÒ DARE IL DOPPIO COGNOME ?

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La possibilità di dare il doppio cognome è stata di recente affermata dalla Corte costituzionale.
Oggi i figli non ricevono per forza solo il cognome paterno, infatti con la sentenza della Corte costituzionale numero 286/2016 si è infatti previsto che al cognome del padre si possa affiancare anche quello della madre. Il doppio cognome può essere attribuito, naturalmente, anche ai figli di coppie non sposate e ai figli adottivi.
E’ importante specificare che la richiesta di modifica del cognome del figlio minore è un atto civile; quindi i genitori esercitano tale diritto in quanto hanno la rappresentanza legale dei loro figli.
Se non vi è accordo sul doppio cognome, quindi, lo stesso non può essere attribuito dall’ufficio, ferma restando la possibilità per ciascuno dei genitori di ricorrere al giudice civile. Se, invece, l’accordo c’è, basta renderlo palese all’ufficiale di stato civile, che registrerà il nome del figlio con il doppio cognome.
Non sono necessari particolari documenti e la volontà può essere manifestata oralmente. In ogni caso, anche in ipotesi di attribuzione del doppio cognome, il cognome della madre si aggiunge in coda a quello del padre.
Si è detto sopra che il cognome del padre è comunque ineliminabile e che, quindi, l’unica scelta concessa ai genitori è quella di aggiungere il cognome materno a quello paterno.

SI AL PERNOTTO DAL PAPA’ ANCHE SE LA MAMMA NON VUOLE, MA CON CAUTELE

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Anche se la madre non è d’accordo, il giudice può comunque decidere di far pernottare il figlio a casa del padre, prevedendo delle modalità graduali di inserimento del minore nella nuova abitazione del papà.
E’ stato disposto dal Tribunale di Trieste con sentenza del 5 settembre 2018, quindi molto recente, disattendendo le richieste della madre, la quale non voleva che lo stesso pernottasse presso l’altro genitore prima del compimento dei tre anni di età.
Per questo Tribunale, il collocamento del minore deve essere disposto dando adeguato spazio a entrambi i genitori e tenendo conto in via prioritaria dei loro impegni lavorativi.
Per il resto, considerando l’età del piccolo, ormai svezzato e quindi non più del tutto dipendente dalla madre, e in assenza di elementi concreti nel senso di un’inadeguatezza del padre, è opportuno disporre una regolamentazione del collocamento che preveda l’introduzione dei pernotti immediata.
Nel caso di specie quindi, il Tribunale ha deciso che sino a marzo 2019 il figlio pernotterà dal papà solo un giorno a settimana, che aumenteranno con l’innalzamento dell’età del figlio.
Vista la forte conflittualità, per le questioni di ordinaria amministrazione la responsabilità genitoriale sarà esercitata dai genitori separatamente nei periodi di permanenza del minore presso ciascuno.
Però, se le scelte prese senza l’accordo siano fonte di spese straordinarie, di queste si farà carico interamente il genitore che ha
preso la decisione.

LA CARTA DEI DIRITTI DEI FIGLI

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La Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori segue una linea che inizia con la decisione dei genitori di separarsi, fino alla concretizzazione della separazione, in un percorso che ha come filo conduttore la continuità degli affetti, delle abitudini di vita, e soprattutto la necessità di riconoscere al figlio il diritto di continuare ad essere figlio, ad essere leggero e spensierato secondo la propria età.
L’obiettivo della Carta, dunque, è quello di rendere consapevoli i figli dei loro diritti, nonchè di contribuire alla crescita culturale dei genitori, al fine di garantire il rispetto dei diritti.
Il decalogo si apre con il diritto dei figli di continuare ad amare nonché essere amati da entrambi i genitori.
Basilare è il bisogno dei ragazzi di rimanere nel cuore dei loro genitori. Nella valorizzazione del principio della bigenitorialità, i figli devono sapere di poter continuare a mantenere rapporti significativi con entrambi i genitori.
Ancora, i figli devono essere preparati all’evento che stanno vivendo, con un’appropriata modalità comunicativa adatta alla loro età. A tal fine, si sancisce il diritto dei figli a essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori, anche per essere liberi di esprimere i loro sentimenti riguardo alla questione.
I figli hanno bisogno che i genitori contengano la conflittualità; deve essere evitata ogni forma di strumentalizzazione, violenza fisica, psicologica, economica. I figli devono essere preservati dalle questioni economiche, senza subire il peso del
disagio economico del nuovo equilibrio familiare, ed entrambi i genitori contribuiscano adeguatamente alle loro necessità.

DIRITTI E DOVERI DEI CONIUGI

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Quando una coppia decide di unirsi in matrimonio, deve essere consapevole delle conseguenze giuridiche che comporta questa scelta.
Innanzi tutto è opportuno dire che il codice civile, nel libro primo regola il vincolo del matrimonio, riconoscendo la parità giuridica giuridica dei coniugi; quindi uomo e donna sono uguali davanti alla legge, avendo gli stessi diritti e doveri.
Ecco in sintesi gli impegni che i coniugi assumono quando dicono il fatidico SI:
Fedeltà
Nel matrimonio vige l’obbligo di fedeltà; la relazione extraconiugale incide in maniera rilevante nel rapporto di coppia, tanto che è previsto l’addebito della separazione per chi viola i doveri nascenti dal matrimonio.
L’adulterio non è più punito con il carcere dal 1968, quando le donne fedifraghe venivano condannate, mentre per gli uomini era previsto la detenzione.
Coabitazione
I coniugi, di comune accordo devono scegliere il luogo dove verrà stabilita la loro residenza abituale futura.
L’allontanamento senza giusta causa dalla dimore comune comporta conseguenza legali, poiché vengono meno gli obblighi di collaborazione, assistenza morale e materiale.
Obbligo di assistenza morale e materiale
Entrambi i coniugi sono tenuti a contribuire, con diversi mezzi alla vita familiare, in base alle proprie capacità economiche, lavorative e materiali.
Doveri verso la prole
Entrambi i genitori hanno l’obbligo di istruire, mantenere ed educare i figli, seguendo le loro inclinazioni, aspirazioni e attitudini.
Per quanto concerne il mantenimento, ognuno dei genitori deve contribuire con le proprie sostanze economiche, in funzione della propria capacità contributiva.

CASA CONIUGALE ASSEGNATA AL CONIUGE

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Non è del tutto infrequente che, seppur la casa coniugale sia stata affidata ad uno solo dei coniugi a segito della separazione, l’ex coniuge non affidatario della casa decida di accedervi ugualmente, violando il divieto.
Tale atteggiamento comporta delle conseguenze non indifferenti, tanto che anche la giurisprudenza è intervenuta sul punto.
Nel 2012 il Tribunale Di Padova con sentenza del primo febbraio, ha condannato per violazione di domicilio il marito che si era introdotto furtivamente nell’abitazione assegnata alla moglie, quando la stessa era al lavoro.
A nulla è valso rappresentare al giudice il fatto che l’uomo era rimasto senza dimora, e quindi voleva trovare un posto dove potersi lavare.
Per il giudice infatti, integra violazione di domicilio aggravata dalla violenza sulle cose, la condotta di colui che entra nell’abitazione altrui dopo aver cambiato la serratura.
Questa regola è valida anche nel caso in cui il coniuge non assegnatario sia comproprietario della casa coniugale.

L’ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE

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Nelle separazioni giudiziali, può accadere che, oltre alla domanda di separazione, venga chiesto anche l’addebito della separazione.
Di cosa si tratta?
Può essere definito come una sorta di sanzione impartita al coniuge che viola i doveri coniugali;
gli effetti si manifestano solo nei rapporti patrimoniali, senza inficiare assolutamente l’ambito della filiazione.
Quando il giudice accerta che l’intollerabilità della convivenza tra i coniugi è legata a comportamenti di uno di essi che rappresentino una violazione dei doveri coniugali, può dichiarare a quale dei coniugi sarà addebitata la separazione.
Perché questo avvenga, è necessario che la violazione dei doveri coniugali sia antecedente alla proposizione della domanda di separazione. Deve quindi sussistere un nesso causale tra la violazione e l’intollerabilità dell’unione matrimoniale; laddove questa prova manchi, non è possibile dichiarare l’addebito.
E’ importante sottolineare che non ogni comportamento contrario ai doveri matrimoniali comporta l’addebito, bensì solo quelli la cui violazione ha portato all’impossibilità di continuare la convivenza.
Per quanto riguarda i comportanti che possono comportare l’addebito della separazione, il riferimento è l’art. 143 del codice civile, il quale specifica che dal matrimonio nascono alcuni obblighi, tra i quali l’obbligo di fedeltà, l’obbligo di assistenza morale e materiale del coniuge più debole, l’obbligo di collaborare per i bisogni della famiglia, l’obbligo di accudire la prole, e
l’obbligo di coabitare sotto lo stesso tetto (coabitazione).
L’addebito comporta delle conseguenze importanti sotto il profilo economico; infatti vi è la perdita al diritto all’assegno di mantenimento, la perdita dei diritti ereditari, la perdita dell’assegnazione della casa familiare.